LA FESTA DEL CROCIFISSO IN MONREALE
NARRATA DAL PITRÈ

 

Vogliamo qui proporvi la narrazione che fece lo storico Giuseppe Pitrè agli inizi dello scorso secolo della festa del SS. Crocifisso nel suo libro "Feste Patronali nella Sicilia Occidentali"; un racconto che mostra come già da secoli Monreale era legata in maniera intensa e passionale al Simulacro venerato nella chiesa della Collegiata, e quale affetto provasse l'intera cittadinanza nei confronti del Crocifisso dispensatore di infinite "grazie"

 

  1. La Leggenda del Crocifisso

  2. La Festa, la discesa del Crocifisso

  3. Il Viaggio e la processione 

  4. "Lu strascicu". I fiori del Crocifisso

 


LA LEGGENDA DEL CROCIFISSO

U

n caro ed egregio giovane mi avea più volte sollecitato a recarmi a Monreale per rivedere questa festa che per me dovea avere qualche attrattiva speciale. Mi diceva che da quando io l’avevo vista per la prima volta fanciullo, poco o niente dovea essersi modificato nelle cerimonie e nelle pratiche e perciò la tradizione essersi conservata intatta. Mi raccontava del Crocifisso, pel quale è in quella città una singolar devozione, e me ne apprestava i più minuti particolari.

-Questi crocifisso, mi diceva, ha un’avventurosa leggenda.

Una volta, nei tempi antichi, alcuni cristiani delle vicinanze di Palermo, e propriamente di Monreale, di Boccadifalco e di Altarello di Baida s’imbarcarono per andare in Barberia. Erano provvisti di molto danaro e si proponevano di tornare con grandi e preziose mercanzie. Cammin facendo s’incontrarono in una nave turca, il cui equipaggio si baloccava con un Crocifisso capitatogli non si sa donde e come. Scandalizzati a quella profanazione vollero riscattare il Crocifisso, e spesero tutte le somme che possedevano; e tornarono a Palermo; ma nel tornare sorse tra loro la questione a chi il Crocifisso dovesse appartenere, e in qual sito lo si dovesse portare, a Monreale, o a Boccadifalco o ad Altarello. Però la questione fu subito risoluta di comune accordo: adagiando la statua sopra un carro tirato da buoi, a’ quali si lascerebbe libertà di andare alla ventura senza guida e pungiglioni. I buoi,  abbandonati a se stessi, andarono dritto a Monreale, fermandosi nel punto che è ora la Collegiata, ove il Crocifisso venne senz’altro accolto e conservato.

Dicono che esso sia il vero ritratto di Gesù Cristo, e raccontano che una  volta, un altro personaggio, venuto d’Alessandria d’Egitto in Monreale e riuscito ad eludere la vigilanza dei custodi della chiesa, appena vedutolo esclamasse sorpreso: E’ desso! E’ desso! – “Chi? Perché?” gli chiese uno che gli stava vicino: ed egli, lo sconosciuto: -“Perché di questo Crocifisso si parla tanto in Alessandria e da tutti si crede che esso sia il solo che somigli davvero a Gesù Cristo”.

Dicono pure che sia di legno sottilissimo, e che introducendovi non so da qual parte del corpo, una fiammella, esso trasparisca.

Pertanto non è precauzione che non si usi per conservarlo, qual è prezioso.

Nei tempi ordinari è coperto da sette veli, cinque de’ quali raffiguranti qualche passione di Gesù. Il 1° è tutto rosso; il 2° , rappresenta il congedo di Gesù da Maria; il 3°, i bacio di Giuda; il 4°, la flagelazzione; il 5°, la coronazione di spine; il 6°, l’ascensione al Calvario; l’ultimo, tutto nero, ha semplicemente il motto: Expiravit.

A nessuno è mai permesso, pena la scomunica (è la tradizione che parla), di rimuovere codesti veli ( lo fece, secondo la leggenda, lo sconosciuto alessandrino), altro che in giorni designati e sotto certe condizioni e riserve.

Indicibile è la devozione che gli professa ogni monrealese e quanti abitano i comuni più o meno vicini a Monreale; né da ora soltanto.

Una tradizione molto pietosa ricorda che l’Arcivescovo Venero, nel 1625, colpito dalla peste, volle trascinarsi fino all’altare maggiore e celebrarvi messa. All’atto della elevazione dell’ostia il venerando prelato sentì scoppiarsi i bubboni dalle ascelle e come per miracolo guarirsi: ciò  che egli immediatamente annunciò ai fedeli, i quali ne fecero gran festa. Ciò sarebbe avvenuto il 3 di maggio.

Io non mi fermo a verificare nome e data. Forse la storia infirmerebbe la tradizione; ma la fede  non discute, ed il cuore bisognoso di conforti, non può rinunziare a questi dolci ravvicinamenti di uomini e di cose incompatibili se guardati al crogiuolo della critica.

Vedremo più in là come la data giovi a spiegare la gentile usanza dei fiori della macchina.

 

LA  FESTA, LA DISCESA DEL CROCIFISSO

I

l dì 3 Maggio del 1898 dunque, nelle prime ore del pomeriggio , io mi recai a Monreale.
Era il terzo giorno della festa, e si parlava con vantaggio e con calore delle corse dei primi due giorni. Il palio era vinto da cavalli paesani. Un bardaloro poi era corso leggiero come una piuma , veloce come il vento e s’era lasciati addietro di non so quanti passi tutti tutti gli altri. La banda paesana aveva dato prova di grande abilità  con certi pezzi ben studiati e meglio eseguiti, e quando quella di P. Don Giovanni, una banda istituita e diretta da un sacerdote della borgata di malaspina in Palermo, fece la sua entrata chiassosa e le sue prove qua e là per le strade, nessuno ne rimase impressionato, perché a, a buoni conti, la musica cittadina non resta addietro ad altre anche di una certa reputazione.

Non si parla di tamburini , che avevano sonato a perdibraccia, non dell’illuminazione alla veneziana, che era pittoresca, né tampoco del Vespro della sera precedente, e del panegirico della mattina, che era stato un vero capolavoro. I vecchi non ricordavano discorso più dotto da oltre vent’anni, e le donnicciuole, che avevano sempre guardato un po’ il predicatore, un po’ le persone più sapute della chiesa, n’erano uscite ripetendo: “ Chi beddu diri! Chi gran panagiricu!  Ma non ne sapevano ridir nulla.

Si attendeva la parte migliore del festino, la processione, per la quale a migliaia i palermitani, più che nei due giorni precedenti, vi si recavano su tramways, su carrozze, su carretta, su sciarabbà ed anche, come suol dirsi volgarmente, a cavallo ai calzoni. Nell’attesa, i caffettieri si davano un gran da fare attorno ai pozzi  preparando sorbetti e granite; i dolciari a mettere in mostra i loro biscotti a forma di § con ghirigori bianchi di zucchero, tanto ricercati a Palermo; gli stigghilara, ad arrostire i loro manicaretti, ai quali più che la loro voce, fa grande reclame il denso nugolo di fumo che si solleva dai loro fornelli; i pagliacci a ripetere i loro dinoccolamenti uniformi, i loro motti stereotipati, le loro eterne scon-ciature, i caramelai ad intascare i soldarelli dei fanciulli che tentano di vincerne qualcuno a la badduzza, specie di dado; alla strummulicchia trottolino con sei numeri su sei faccette; al firrialoru, roulette primitiva.

 La Piazza della Cattedrale, di quella Cattedrale che, secondo antico adagio, nessun forestiere che vada a Palermo può esimersi dall’andar a visitare se non vuol guadagnarsi la patente di asino (Cu va ‘n Palermu e ‘un va a Murriali, Si parti dottu, si nni torna armali), era tutta  piena di gente, tra  la quale passavano silenziosi i devoti.

Sono le 4 pomeridiane, e molti si avviano alla chiesa della Collegiata. E’ questa in sito elevato, con scale esterne difese da balaustre e con un piazzaletto innanzi, pur esso baluastrato dalla parte di mezzogiorno. Dietro alla porta principale della chiesa stanno inginocchiati, offrendo il viaggio compito, quindici, venti di quei devoti; altrettanti, compiuta l’offerta si stanno calzando a pochi passi da quella.

La piazzetta man mano si popola, si riempie, e già si comincia a bussare sommessamente per rispetto al sacro luogo. La piazzetta è già stivata e del ritardo alla desiderata apertura si è impazienti; si sa però ed un brulichio confuso lo prova , che dentro si lavora a tirare i sette veli, a scendere di su l’altare maggiore il Crocifisso, a piantarlo sul zoccolo.

Ad un tratto la porta stride sui cardini e la fola insofferente d’indugio corre verso il Crocifisso. I più agili saltano sul zoccolo, s’arrampicano sulla croce e commossi di una pietà che devo rinunciare a descrivere l’abbracciono, l’avvinghiano, le imprimono baci focosi. I sottostanti fan ressa per salire anche loro, ma non trovano spazio da mettervi un piede, da farvi penetrare una mano; mentre i fortunati primi si agitano ancora più, baciando, ribaciando fortemente, avidamente, le gambe, le ginocchia del Cristo, piangenti di tenerezza. Un fremito investe ogni persona: gli occhi si fan rossi, e gemiti sommessi e  singhiozzi in frenabili rompono il religioso raccoglimento di questo primo istante. I devoti succedono ai devoti nei teneri amplessi, negli ardenti baci; pezzuole bianche, scarlatte, turchine volano dal basso all’alto, dall’alto al basso, dalla folla che le getta a’ più vicini al Cristo, i quali raccolgono e palpano con esse delicatamente le membra adorate, e da questi alla folla, che in punta di piedi, con le mani in aria, le coglie al volo, se le stringe al petto, se ne accarezza mollemente il viso e con gli altri chiede ripetutamente : Grazia Patruzzu amurusu! Il sacerdote custode della Collegiata, di sul zoccolo anche lui, frammisto ai devoti, ordina che si smetta, che è già ora di condurre fuori la croce; ma nessuno gli bada; prega, si raccomanda: invano! Finalmente, aiutato dai confrati della Congregazione del Crocifisso, riesce ad ottenere che il ceppo venga sgombrato. Un cenno: ed i confrati hanno ammannito le aste provvisorie; un altro: ed il ceppo è già levato da terra e portato di peso fuori la chiesa con la croce tentennante ed il sacerdote che cerca tenerla ferma. La discesa per lo scalone alla sottoposta macchina è disagiata: e  Crocifisso e sacerdote attirano gli sguardi trepidanti della folla accalcata alla ringhiera della piattaforma e dello scalone, negli angusti vicoli, negli angoli più riposti, alle finestre e persino ai tetti delle case. La trepidanza cede alla pietà non così tosto il ceppo è posato, ed il sacerdote non più in pericolo: e più presto che si può ogni cosa si allestisce per la tanto attesa processione.

E frattanto in proporzioni maggiori che dianzi ecco rinnovarsi la scena dei baci e delle pezzuole. Ponzando, aggrappandosi l’uno all’altro, a decine, a centinaia i devoti s’incalzano sulla barella. Fino al tronco, guardato da terra, il Crocifisso scompare frammezzo ad uomini, donne, a fanciulli, a bambini giunti lassù non si sa come, sorrèttivi non si sa da chi; e gambe e braccia si confondono, si annodano, si avviticchiano in istrane e scomposte attitudini. Le ferite del sacro costato vengono palpeggiate di continuo da dita delicate e da ruvide mani, da fazzoletti nuovi fiammanti e da pannilini sciupati. Il getto pare un giuoco ed è scatto de devozione sincera. Scoppi di pianto accompagnano questo succedersi disordinato di amplessi e si carezze: e un tremito nervoso serpeggia anche nei più forti di spirito soggiogati da quella fede che scuote ogni dubbio.

Il mio giovane Mentore non mi lascia un istante; e vedendomi intento ad osservare i portatori mi appresta su di essi particolarità curiose.

“I portatori – egli mi dice –sono ottanta, metà di Monreale, della classe di carcarara (fornaciari) e di quella de’ carrettieri; metà di Boccadifalco e di Altarello di Badia, sobborghi di Palermo. Tra’ quaranta Monrealese vengono eletti a vita sei caporali; i primi due anziani sono detti primarî; gli altri quattro, secondari”. Tutti si riconoscono  al distintivo delle calze, nelle quali ai portatori comuni non è permesso di presentarsi; e sì gli uni e sì gli altri vanno in mutande per nascondere le parti inferiori del tronco: foggia codesta del tutto simile a quelli di certe statue del Crocifisso, la quale io credo imitata per devozione ed ossequio.

“Sotto la bara – prosegue – si dispongono nella seguente maniera: ai monrealese spettano le aste anteriori: ai carrettieri la destra, ai fornaciari la sinistra. Ai Boccadifalcoti tocca l’asta posteriore di destra; agli Alterellesi la sinistra. I due caporali primari, uno avanti, l’altro dietro, guardando il Crocifisso, poggiano le mani sull’estremità delle aste e danno la direzione alla macchina. I caporali secondari toccano l’asta soltanto con la mano destra.

“tutti 80, dal primo all’ultimo, sono confrati a vita, ed il privilegio è ereditario. Al primogenito subentra il secondo in caso di morte o di difetto fisico. In mancanza di figli maschi il diritto passa ai fratelli ed ai figli dei fratelli: ed in mancanza di questi, ai maschi della parte femminina”.

Come si vede in ordine  a diritto di succesione, e devoti del Crocifisso di Monreale possono dare dei punti alla Consulta araldica di Roma ed alla Commissione araldica di Sicilia.

 

IL VIAGGIO E LA PROCESSIONE 

C

hi ha veduto le processioni ordinarie, anche più solenni dell’Isola, assiste in questa ad una particolarità commovente.
Alcuni giorni prima e dopo il 33 di Maggio i devoti che hanno ottenuto o attendono qualche grazia fanno il consueto viaggio partendo dalla Collegiata, girando per le vie Veneziano, Nazionale, fuori il paese, contrada Grotta, ritornando per Pietro Novelli, Porta Palermo, ecc. e fermandosi dietro la chiesa. Vanno, secondo il voto, in peduli o scalzi con un grosso cero acceso, con un cartoccio (coppu) per difendersi dalla sgocciolatura e per impedire che il lume si spenga al vento, e recitando sommessamente delle orazioni. Sono raccolti in se stessi e nell’opera loro, e nessuna cosa per via può da essa distrarli. Camminano a uno, a due per volta, ma il loro passaggio è continuo, interminabile, specialmente nelle ore mattutine e serotine. Ora tutti questi devoti, forse nessuno eccettuato, nel giorno e nell’ora della processione tengon dietro al Crocifisso in una maniera affatto diversa dalle comuni. Sono migliaia di giovinette dai visi malinconici e come assorte in un pensiero molesto; sono migliaia di spose dolenti. Di madri dagli occhi bagnati di lacrime; sono giovani dalle energiche impronte del viso e vecchi dallo andare affaticato e stanco: e possidenti e poveri in canna e padroni e servi galantuomini e contadini, tutti accorsi per un principio, quello di rendere omaggio al Signore, tutti mossi da un bisogno, vario in ciascuno, sia quello della danità del corpo, e l’altro dello scampo da un pericolo, vuoi d’una grazia, o vuoi d’una fausta novella. Non ombra di sfoggio negli abiti femminili, chè tutti è d’una compostezza e d’una semplicitàche ricorda il buon tempo antico. Non uno dè cappellini fiorati che lo insano spostamento economico ha imposto all’ultimo figurino della moda; non un calore chiassoso che offenda la santità della cerimonia: il che tanto più rilevante in donne con tutte povere e in popolane che vogliono specchiarla con la miglior dama. La maggior parte tra esse, molti tra gli uomini, sono a piedi ignudi e non guardano se non al cero che portano, non pensano se non al Crocifisso.

Diverse le proporzioni, svariate le forme dei ceri, benché unico il tipo. I più son privi di ornamenti e del peso di uno, due chilogrammi; ma ve n’è di quindici e anche da venti, che a fatica possono essere sorretti dai devoti, pur quando essi ne raccomandino la base da un’ampia e solida tovaglia legata alla vita ad armacollo; e questi offrono i più smaglianti ornamenti di carte inargentate o indorate, con intagli a foggia di stelle, fiori, uccellini, rotelle, delle più vaghe forme.

Singolare è la vista di sì lunga tratta di gente e di tante sì grosse fiammelle, le quali guardate dalla discesa del teatro sembrano una fiumana di fuoco che lenta si muove e lenta procede.

Nel più fitto della folla devota l’orecchio non riposa un istante alle ardenti preghiere e ai piagnistei pietosi

          Santissimu Crocifissu.

 Esclamano a coro una ventina di donne.

Li vostri grazii su’ spissu:
Prima ca scura sta jurnata,
Vogghiu essiri cunsulata

 

E venti altre con maggior forza:

 

                        Vi salutu, o sagra testa,

Ch’è di spini ‘ncurunata;

Oj ca è la vostra festa

                        Vaju gridannu pi la strata!…

 

E che cosa gridano queste donne? – Non le sentite? – Grazia, patruzzu amurusu! Datimi la grazia di l’arma lu pirdunu di li piccati. Né si stancano di ripetere per ben cinquanta volte, intramezzandola con gloriapatri, la nota cantilena:

 

Decimilia voti

Sia ludatu ‘u Crucifissu.

E ludamulu sempre spissu

Lu santissimu Crucifissu

 

E lo guardano, lo guardano fino a perderci gli occhi, il Crocifisso.

La sacra testa è troppo piegata in giù, il perché il soverchio peso de’ peccati degli uomini le grava sopra potentemente e ne accresce la profonda, la immane tristezza. Altra volta non fu così. Il divin capo fu visto meno accasciato, men abbandonato sul petto, meno oppresso dalle colpe de’ peccatori, i quali ne trassero ragioni a bene sperare per l’invocato perdono.

Questo si indovina dal sacro volto, dai devoti, che sperano e pregano.

E torno ai confrati.

“LU STRÀSCICU”. I FIORI DEL CROCIFISSO

S

e essi hanno il privilegio di portare la macchina, hanno anche, cercato da loro, il penoso ufficio di strisciar la lingua sul pavimento della chiesa al ritorno del Crocifisso. Ho visto questa scena (lu stràscicu) e non la dimenticherò mai più per quanto essa sia addolcita dalla civiltà di un grande centro come Monreale e dalla vicinanza di Palermo. La gente si tira indietro incuriosita e sgomenta lasciando uno spazio libero che basti al libero movimento di questi penitenti: spazio che divide in due gli astanti. E che si viene disegnando  e formando dalla porta fino all’altare maggiore mano mano che essi si avanzano. A scatti, a sbalzi, essi si buttan carponi per terra con mosse lunghe e rapide strisciando la lingua sul nudo pavimento. Questo è ora in marmo, e la lingua non vi si sciupa troppo; ma una volta era in mattoni, e povere lingue a passarvi sopra! Amici pietosi poi han cura di spolverare il terreno, rendendo così meno faticosa la pratica e men disdicevole lo effetto su’ penitenti e sugli spettatori.

            Questi son sempre numerosissimi, ma quelli scemano ogni anno di numero, e, o perché non si credono grandi peccatori, o perché paesi d’oggi e come i loro antenati si confessavano, o perché l’ambiente morale e religioso in cui vivono non è più quello d’una volta, o perché la Chiesa non è disposta a favorire codeste scenate, non sono così profondamente commossi come a certuni potrebbe parere e da cert’altri presumersi. Ogni cosa  a tempo e luogo: e se altrove l’anacronismo si presta a costumanze di questa natura, giova supporre che il luogo ne dia la ragione, il luogo lontano da centri di civiltà, mentre qui a Monreaale, né tempo né luogo rendono agevole il perpetuarsi di costumi con lo apparato e la intensità del passato riluttanti al buon senso ed alla pubblica educazione.

            Un’ultima particolarità: la distribuzione dei fiori dalla macchina.

            Come qualunque altra cosa che sia stata a contatto o vicina al Crocifisso anche i fiori si ritengono benedetti e miracolosi; però si dividono traì presenti al rientrare del simulacro e sono oggetto di gara a chi possa averne di più. In caso di gravi malattie presi in pillola essi guariscono lo infermo.

            Questo in ordine generale; ma nella festa innanzi descritta bisogna cercare altro fatto che spieghi il culto de’ fiori del Crocifisso.

            E’ fama che quando l’Arcivescovo Venero si dichiaro guarito dalla peste, sull’altare nel quale egli celebrava ed ai piedi del Crocifisso fossero sparsi in larga copia fiori d’ogni genere, e specialmente rose. Non dimentichiamo che erano i primi di Maggio. In quell’istante i fiori benedetti da Cristo furono dal Veniero fatti distribuire tra’ fedeli presenti, come preservativi della pestilenza. I fiori operarono, nelle singole case ov’erano portati, il miracolo che l’Arcivescovo avea ottenuto dal Crocifisso: la pestilenza cessò.

            Come non serbare una grande venerazione pei fiori del Crocifisso?

Ed ecco perché nella festa, altare e macchina ne son pieni; ed a processione finita, essi vengono presi a ruba.

            E non è tutto.

            La tovaglia onde è coperto al basso ventre il simulacro è mirabilissima in certe ferite e in quelle particolarmente d’arme da  fuoco e  da taglio. Solo all’Arcivescovo è fatta facoltà di concederne il prestito temporaneo a quei fedeli che ne abbiano pressante bisogno. Quella tovaglia si porta in gran devozione da uno o più sacerdoti alla casa del sofferente, il quale ne vien coperto o semplicemente tocco.

            Però non se ne vengano i Palermitani a decantare la loro patrona! Se Santa Rosalia opera prodigi, dicono i Monrealese, il Crocifisso non resta indietro a nessuno: Si Santa Rusulia fa miraculi, lu nostru Crucifissu havi li scagghiuna.