- "L'attesa che placa le attese"
"Vegliate,
dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore
vostro verrà", avverte Gesù, e le sue parole dovrebbero
metterci in allarme, in agitazione. Se non lo fanno è un
brutto segno. Vuol dire che il messaggio del vangelo,
come quello del profeta della prima lettura, nonché
quello dell’apostolo della seconda, significa per noi
soltanto che ricomincia un altro Avvento, e che questo
tempo liturgico, definito “forte”, in realtà è diventato
per noi soltanto “liturgico”, cioè una liturgia, che nel
linguaggio comune (vox populi vox Dei!) significa un
qualcosa che si ripete sempre uguale, senza incidenza
sulla vita reale. Se è così, non faremo altro che
ricominciare a giocare a “Gesù che nasce un’altra
volta”, con le solite profezie di Isaia sulle lance che
diventano falci, sull’agnello che se la fa con il lupo…,
e con tutto il codazzo di usanze che questo gioco si
porta appresso: presepi, alberi, luminarie, regali…
Purtroppo questa eventualità non è affatto astratta,
anche perché ogni anno di più i mass-media si
industriano a proporre un “loro” avvento - questo sì
molto sentito! - consistente nell’incrementare i
consumi.
Per non diventare proseliti di questo avvento, e per
contrastarlo, non servono le prediche e le
recriminazioni “contro”. La pubblicità non passerà dalla
nostra parte, dedicandosi a vendere conversione e
vigilanza. Serve che i cristiani, come singoli e come
popolo, ritrovino il senso genuino del nostro Avvento,
testimoniandone la sua incidenza nella vita reale.
Ricordiamo allora che l’Avvento non è l’attesa della
nascita di Gesù a Betlemme, ma di ciò che quella nascita
porta a compimento: Gesù che torna come giudice e
Signore della storia. Questa attesa è stimolata e
nutrita da tre messaggi della parola di Dio.
Svegliamoci, dunque!
Con Isaia, saliamo sul monte del Signore, per guardare
il mondo con gli occhi di Dio. È da questo sguardo che
nasce l’impegno di spingere la nostra vita e la realtà
verso livelli più compatibili con il pensiero di Dio su
di esse. Con fiducia e senza pessimismi. Non è vero che
il mondo è stato sempre così e sarà sempre così: succube
della violenza, della prepotenza, dell’ingiustizia,
dell’inganno. Esso va dove vuole il suo creatore: le
spade possono realmente trasformarsi in aratri e le
lance in falci. Sta avvenendo. Non ce ne accorgiamo? Un
esempio: c’è ancora la guerra, ma non è più considerata
una cosa normale, inevitabile. Ormai per tutti, anche
per chi continua a praticarla, è una cosa crudele,
orribile e inutile.
Con Gesù, togliamoci dagli occhi la benda per non essere
come i contemporanei di Noè, che, nei giorni che
precedettero il diluvio mangiavano e bevevano,
prendevano moglie e marito, incapaci di sentire il
rumore delle acque che si avvicinavano. Sotto e dietro
alle cose che accadono c’è sempre qualcosa in più di
quello che si vede e si sente. C’è il Signore della
storia che viene a separare il grano dalla zizzania.
Con l’apostolo Paolo, gettiamo via le opere delle
tenebre, che inevitabilmente trovano spazi dentro di
noi, e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci
onestamente, come in pieno giorno. Rivestiamoci del
Signore Gesù, facendo una sincera revisione della nostra
vita, personale e comunitaria, per ripartire incontro al
Signore con il motore messo a punto e il serbatoio
pieno.
Ma…
Ma, oggi, ha senso coltivare l’attesa, dal momento che
siamo già sempre in attesa di qualcosa: del weekend, del
ponte, della festa, delle ferie, dell’aumento di
stipendio, del lavoro sicuro, della pensione, del… di
tutto?
Proprio perché siamo quasi in balia delle attese, che
non si spengono mai e ne accendono sempre altre, abbiamo
bisogno di coltivare l’Attesa, non di altre cose, ma di
una Persona che le plachi tutte: Gesù, il senso pieno
della vita e della storia.
Che poi, a rifletterci un po’, le nostre attese sono più
che altro pretese, perché sono sempre gli altri che
devono fare qualcosa per noi. Tutti vogliamo l’aria
pura, l’acqua limpida, i cibi genuini, l’energia
abbondante, lo stipendio alto…, ma i sacrifici, i tagli,
le limitazioni devono pesare sugli altri. Tutti
pretendiamo le città pulite, ma le discariche e i
degassificatori… da un’altra parte.
L’attesa dell’Avvento del Signore, può scaturire
soltanto da noi, non da qualche altra cosa da
ammucchiare, ma da un vuoto da creare, gettando via
tutto ciò che è superfluo, inutile, meschino (le opere
delle tenebre) per fare spazio alla giustizia, alla
pace, alla verità, alla misericordia… alle opere della
luce.
Don Mario Campisi