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LETTERA
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER L'INDIZIONE DELL'ANNO SACERDOTALE
IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO
DEL "DIES NATALIS" DI GIOVANNI MARIA VIANNEY
Cari fratelli nel Sacerdozio,
nella prossima solennità del Sacratissimo
Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata
tradizionalmente dedicata alla preghiera per la
santificazione del clero –, ho pensato di indire
ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione
del 150° anniversario del “dies natalis”
di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di
tutti i parroci del mondo.[1]
Tale anno, che vuole contribuire a promuovere
l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i
sacerdoti per una loro più forte ed incisiva
testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si
concluderà nella stessa solennità del 2010. “Il
Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”,
soleva dire il Santo Curato d’Ars.[2]
Questa toccante espressione ci permette
anzitutto di evocare con tenerezza e
riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti
costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche
per la stessa umanità. Penso a tutti quei
presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al
mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle
parole e dei gesti di Cristo, cercando di
aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i
sentimenti e lo stile di tutta la propria
esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche
apostoliche, il loro servizio infaticabile e
nascosto, la loro carità tendenzialmente
universale? E che dire della fedeltà coraggiosa
di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e
incomprensioni, restano fedeli alla loro
vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui
particolarmente chiamati, prescelti e inviati?
Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo
del primo parroco accanto al quale esercitai il
mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò
l’esempio di una dedizione senza riserve al
proprio servizio pastorale, fino a trovare la
morte nell’atto stesso in cui portava il viatico
a un malato grave. Tornano poi alla mia memoria
gli innumerevoli confratelli che ho incontrato e
che continuo ad incontrare, anche durante
i miei viaggi pastorali nelle diverse
nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano
esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma
l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche
la trafittura del Cuore di Cristo e la corona di
spine che lo avvolge. Il pensiero va, di
conseguenza, alle innumerevoli situazioni di
sofferenza in cui molti sacerdoti sono
coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza
umana del dolore nella molteplicità del suo
manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi
destinatari del loro ministero: come non
ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro
dignità, impediti nella loro missione, a volte
anche perseguitati fino alla suprema
testimonianza del sangue?
Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai
abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa
a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi
ministri. È il mondo a trarne allora motivo di
scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può
giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la
puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi
ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza
della grandezza del dono di Dio, concretizzato
in splendide figure di generosi Pastori, di
Religiosi ardenti di amore per Dio e per le
anime, di Direttori spirituali illuminati e
pazienti. A questo proposito, gli insegnamenti e
gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono
offrire a tutti un significativo punto di
riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma
consapevole, in quanto prete, d’essere un dono
immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un
pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande
tesoro che il buon Dio possa accordare ad una
parrocchia e uno dei doni più preziosi della
misericordia divina”.[3]
Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a
capacitarsi della grandezza del dono e
del compito affidati ad una creatura
umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si
comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce:
egli pronuncia due parole e Nostro Signore
scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in
una piccola ostia...”.[4]
E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei
sacramenti diceva: “Tolto il sacramento
dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo
ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote.
Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare
nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle
la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il
sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi
a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue
di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il
sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per
il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà
la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo
Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si
capirà bene che in cielo”.[5]
Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale
del santo parroco, possono apparire eccessive.
In esse, tuttavia, si rivela l’altissima
considerazione in cui egli teneva il sacramento
del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno
sconfinato senso di responsabilità: “Se
comprendessimo bene che cos’è un prete sulla
terra, moriremmo: non di spavento, ma di
amore... Senza il prete la morte e la passione
di Nostro Signore non servirebbero a niente. È
il prete che continua l’opera della Redenzione
sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena
d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la
porta? Il prete possiede la chiave dei tesori
celesti: è lui che apre la porta; egli è
l’economo del buon Dio; l’amministratore dei
suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni,
senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il
prete non è prete per sé, lo è per voi”.[6]
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di
230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che
avrebbe trovato una situazione religiosamente
precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella
parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di
conseguenza, pienamente consapevole che doveva
andarvi ad incarnare la presenza di Cristo,
testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio
Dio], accordatemi la conversione della mia
parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che
vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu
con questa preghiera che iniziò la sua missione.[7]
Alla conversione della sua parrocchia il Santo
Curato si dedicò con tutte le sue energie,
ponendo in cima ad ogni suo pensiero la
formazione cristiana del popolo a lui affidato.
Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al
Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche
noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria
Vianney! Ciò che per prima cosa dobbiamo
imparare è la sua totale identificazione col
proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione
tendono a coincidere: tutta la sua azione
salvifica era ed è espressione del suo “Io
filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti
al Padre in atteggiamento di amorosa
sottomissione alla sua volontà. Con umile ma
vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a
questa identificazione. Non si tratta certo di
dimenticare che l’efficacia sostanziale del
ministero resta indipendente dalla santità del
ministro; ma non si può neppure trascurare la
straordinaria fruttuosità generata dall’incontro
tra la santità oggettiva del ministero e quella
soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò
subito quest’umile e paziente lavoro di
armonizzazione tra la sua vita di ministro e la
santità del ministero a lui affidato, decidendo
di “abitare” perfino materialmente nella
sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato
egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in
chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che
dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo
quando si aveva bisogno di lui”, si legge
nella prima biografia.[8]
L’esagerazione devota del pio agiografo non
deve farci trascurare il fatto che il Santo
Curato seppe anche “abitare” attivamente in
tutto il territorio della sua parrocchia:
visitava sistematicamente gli ammalati e le
famiglie; organizzava missioni popolari e feste
patronali; raccoglieva ed amministrava denaro
per le sue opere caritative e missionarie;
abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi
sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence”
(un istituto da lui fondato) e delle loro
educatrici; si interessava dell’istruzione dei
bambini; fondava confraternite e chiamava i
laici a collaborare con lui.
Il suo esempio mi induce a evidenziare gli
spazi di collaborazione che è doveroso estendere
sempre più ai fedeli laici, coi quali i
presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale
[9] e
in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio
ministeriale, si trovano “per condurre tutti
all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro
con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda
nella deferenza’ (Rm
12,10)”.[10]
È da ricordare, in questo contesto, il caloroso
invito con il quale il
Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri
a “riconoscere e promuovere sinceramente la
dignità dei laici, nonché il loro ruolo
specifico nell’ambito della missione della
Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei
laici, considerando con interesse fraterno le
loro aspirazioni e giovandosi della loro
esperienza e competenza nei diversi campi
dell’attività umana, in modo da poter insieme a
loro riconoscere i segni dei tempi”.[11]
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato
insegnava soprattutto con la testimonianza della
vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a
pregare, sostando volentieri davanti al
tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia.[12]
“Non c’è bisogno di parlar molto per ben
pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che
Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il
nostro cuore, rallegriamoci della sua santa
presenza. È questa la migliore preghiera”.[13]
Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli
miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per
poter vivere con Lui...[14]
“È vero che non ne siete degni, ma ne avete
bisogno!”.[15]
Tale educazione dei fedeli alla presenza
eucaristica e alla comunione acquistava
un’efficacia particolarissima, quando i fedeli
lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della
Messa. Chi vi assisteva diceva che “non
era possibile trovare una figura che meglio
esprimesse l’adorazione... Contemplava l’Ostia
amorosamente”.[16]
“Tutte le buone opere riunite non equivalgono al
sacrificio della Messa, perché quelle sono opere
di uomini, mentre la Santa Messa è opera di
Dio»,[17]
diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse
tutto il fervore della vita di un prete: «La
causa della rilassatezza del sacerdote è che non
fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da
compiangere un prete che celebra come se facesse
una cosa ordinaria!”.[18]
Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre,
celebrando, anche il sacrificio della propria
vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio
in sacrificio tutte le mattine!”.[19]
Questa immedesimazione personale al
Sacrificio della Croce lo conduceva – con un
solo movimento interiore – dall’altare al
confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai
rassegnarsi a vedere deserti i loro
confessionali né limitarsi a constatare la
disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo
sacramento. Al tempo del Santo Curato, in
Francia, la confessione non era né più facile,
né più frequente che ai nostri giorni, dato che
la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a
lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in
ogni modo, con la predicazione e con il
consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi
parrocchiani il significato e la bellezza della
Penitenza sacramentale, mostrandola come
un’esigenza intima della Presenza eucaristica.
Seppe così dare il via a un circolo virtuoso.
Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al
tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero
ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e
fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il
loro parroco, disponibile all’ascolto e al
perdono. In seguito, fu la folla crescente dei
penitenti, provenienti da tutta la Francia, a
trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al
giorno. Si diceva allora che Ars era diventata
“il grande ospedale delle anime”.[20]
“La grazia che egli otteneva [per la conversione
dei peccatori] era sì forte che essa andava a
cercarli senza lasciar loro un momento di
tregua!”, dice il primo biografo.[21]
Il Santo Curato non la pensava diversamente,
quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a
Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che
corre dietro al peccatore e lo fa tornare a
Lui”.[22]
“Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che
ci cerca dappertutto”.[23]
Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci
riguardano personalmente quelle parole che egli
metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei
ministri di annunciare ai peccatori che sono
sempre pronto a riceverli, che la mia
misericordia è infinita”.[24] Dal
Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo
imparare non solo un’inesauribile fiducia nel
sacramento della Penitenza che ci spinga a
rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni
pastorali, ma anche il metodo del “dialogo di
salvezza” che in esso si deve svolgere. Il
Curato d’Ars aveva una maniera diversa di
atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al
suo confessionale attratto da un intimo e umile
bisogno del perdono di Dio, trovava in lui
l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente
della divina misericordia” che trascina via
tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto
al pensiero della propria debolezza e
incostanza, timoroso di future ricadute, il
Curato gli rivelava il segreto di Dio con
un’espressione di toccante bellezza: “Il buon
Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi
confessiate, sa già che peccherete ancora e
tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del
nostro Dio che si spinge fino a dimenticare
volontariamente l’avvenire, pur di
perdonarci!”.[25]
A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e
quasi indifferente, offriva, attraverso le sue
stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di
quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”:
“Piango perché voi non piangete”,[26]
diceva. “Se almeno il Signore non fosse così
buono! Ma è così buono! Bisogna essere
barbari a comportarsi così davanti a un Padre
così buono!”.[27]
Faceva nascere il pentimento nel cuore dei
tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri
occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi
“incarnata” nel volto del prete che li
confessava. A chi, invece, si presentava già
desideroso e capace di una più profonda vita
spirituale, spalancava le profondità dell’amore,
spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere
uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto
gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per
piacere a Dio... Com’è bello!”.[28]
E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la
grazia di amarti tanto quanto è possibile che io
t’ami”.[29]
Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo
trasformare il cuore e la vita di tante persone,
perché è riuscito a far loro percepire l’amore
misericordioso del Signore. Urge anche nel
nostro tempo un simile annuncio e una simile
testimonianza della verità dell’Amore: Deus
caritas est (1
Gv 4,8). Con la Parola e con i
Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria Vianney
sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso
fremeva convinto della sua personale
inadeguatezza, al punto da desiderare più volte
di sottrarsi alle responsabilità del ministero
parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia
con esemplare obbedienza restò sempre al suo
posto, perché lo divorava la passione apostolica
per la salvezza delle anime. Cercava di aderire
totalmente alla propria vocazione e missione
mediante un’ascesi severa: “La grande sventura
per noi parroci - deplorava il Santo - è che
l’anima si intorpidisce” [30];
ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi
del pastore allo stato di peccato o di
indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle.
Egli teneva a freno il corpo, con veglie e
digiuni, per evitare che opponesse resistenze
alla sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal
mortificare se stesso a bene delle anime che gli
erano affidate e per contribuire all’espiazione
dei tanti peccati ascoltati in confessione.
Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò
qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una
penitenza piccola e il resto lo faccio io al
loro posto”.[31]
Al di là delle concrete penitenze a cui il
Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque
valido per tutti il nucleo del suo insegnamento:
le anime costano il sangue di Gesù e il
sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza
se rifiuta di partecipare personalmente al “caro
prezzo” della redenzione.
Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi
del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella
loro vita e azione si distinguano per una
forte testimonianza evangelica. Ha
giustamente osservato
Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più
volentieri i testimoni che i maestri, o se
ascolta i maestri lo fa perché sono dei
testimoni”.[32]
Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e
non sia compromessa l’efficacia del nostro
ministero, occorre che ci interroghiamo sempre
di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola
di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui
viviamo, più di quanto lo siano il pane e le
cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La
amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa
Parola al punto che essa realmente dia
un’impronta alla nostra vita e formi il nostro
pensiero?”.[33]
Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con
Lui (cfr
Mc 3,14) e solo dopo li mandò a
predicare, così anche ai giorni nostri i
sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel
“nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal
Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli
Apostoli.[34]
Fu proprio l’adesione senza riserve a questo
“nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno
ministeriale del Curato d’Ars. Il Papa
Giovanni XXIII nella Lettera enciclica
Sacerdotii nostri primordia, pubblicata
nel 1959, primo centenario della morte di san
Giovanni Maria Vianney, ne presentava la
fisionomia ascetica con particolare riferimento
al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati
necessari anche per i presbiteri: “Se, per
raggiungere questa santità di vita, la pratica
dei consigli evangelici non è imposta al
sacerdote in virtù dello stato clericale, essa
si presenta nondimeno a lui, come a tutti i
discepoli del Signore, come la via regolare
della santificazione cristiana”.[35]
Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli
evangelici” nelle modalità adatte alla sua
condizione di presbitero. La sua
povertà, infatti, non fu quella di un
religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad
un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che
i pellegrini più facoltosi non mancavano di
interessarsi alle sue opere di carità), egli
sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai
suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze
della sua “Providence”,[36]
alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli
“era ricco per dare agli altri ed era molto
povero per se stesso”.[37] Spiegava:
“Il mio segreto è semplice: dare tutto e non
conservare niente”.[38] Quando
si trovava con le mani vuote, ai poveri che si
rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono
povero come voi, sono uno dei vostri”.[39] Così,
alla fine della vita, poté affermare con
assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon
Dio ora può chiamarmi quando vuole!”.[40] Anche
la sua castità era quella richiesta a un
prete per il suo ministero. Si può dire che era
la castità conveniente a chi deve toccare
abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la
guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo
stesso trasporto la dona ai suoi fedeli.
Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo
sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano quando
egli si volgeva a guardare il tabernacolo con
gli occhi di un innamorato.[41] Anche
l’obbedienza di san Giovanni Maria
Vianney fu tutta incarnata nella sofferta
adesione alle quotidiane esigenze del suo
ministero. È noto quanto egli fosse tormentato
dal pensiero della propria inadeguatezza al
ministero parrocchiale e dal desiderio di
fuggire “a piangere la sua povera vita, in
solitudine”.[42] Solo
l’obbedienza e la passione per le anime
riuscivano a convincerlo a restare al suo posto.
A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci
sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è
una sola: servirlo come lui vuole essere
servito”.[43]
La regola d’oro per una vita obbediente gli
sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere
offerto al buon Dio”.[44]
Nel contesto della spiritualità alimentata
dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro
rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro
dedicato, un particolare invito a saper cogliere
la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando
ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo
attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove
Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è
multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in
modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in
forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche
che Egli opera in vista dell’unico Corpo e
nell’unità dell’unico Corpo”.[45]
A questo proposito, vale l’indicazione del
Decreto
Presbyterorum ordinis: “Sapendo
discernere quali spiriti abbiano origine da Dio,
(i presbiteri) devono scoprire con senso di fede
i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto
molteplici forme sono concessi ai laici, devono
ammetterli con gioia e fomentarli con
diligenza”.[46]
Tali doni che spingono non pochi a una vita
spirituale più elevata, possono giovare non solo
per i fedeli laici ma per gli stessi ministri.
Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi,
infatti, può scaturire “un valido impulso per un
rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e
nella testimonianza del Vangelo della speranza e
della carità in ogni angolo del mondo”.[47]
Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta
dell’Esortazione apostolica
Pastores dabo vobis del Papa
Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato
ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può
essere assolto solo nella comunione dei
presbiteri con il loro Vescovo.[48]
Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e
col proprio Vescovo, basata sul sacramento
dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione
eucaristica, si traduca nelle diverse forme
concrete di una fraternità sacerdotale effettiva
ed affettiva.[49]
Solo così i sacerdoti sapranno vivere in
pienezza il dono del celibato e saranno capaci
di far fiorire comunità cristiane nelle quali si
ripetano i prodigi della prima predicazione del
Vangelo.
L’Anno Paolino che volge al termine orienta
il nostro pensiero anche verso l’Apostolo delle
genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi
uno splendido modello di sacerdote, totalmente
“donato” al suo ministero. “L’amore del Cristo
ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo
bene che uno è morto per tutti, dunque tutti
sono morti” (2
Cor 5,14). Ed aggiungeva: “Egli è morto
per tutti, perché quelli che vivono non vivano
più per se stessi, ma per colui che è morto e
risorto per loro” (2
Cor. 5,15). Quale programma migliore
potrebbe essere proposto ad un sacerdote
impegnato ad avanzare sulla strada delle
perfezione cristiana?
Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo
anniversario della morte di san Giovanni Maria
Vianney (1859) segue immediatamente le
celebrazioni appena concluse del 150.mo
anniversario delle apparizioni di Lourdes
(1858). Già nel 1959 il beato Papa
Giovanni XXIII aveva osservato: “Poco prima
che il Curato d'Ars concludesse la sua lunga
carriera piena di meriti, la Vergine Immacolata
era apparsa, in un’altra regione di Francia, ad
una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un
messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è
ben nota, da un secolo, l'immensa risonanza
spirituale. In realtà la vita del santo
sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in
anticipo un’illustrazione vivente delle grandi
verità soprannaturali insegnate alla veggente di
Massabielle. Egli stesso aveva per l'Immacolata
Concezione della Santissima Vergine una
vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva
consacrato la sua parrocchia a Maria concepita
senza peccato, e doveva accogliere con tanta
fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.[50] Il
Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che
“Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che
ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di
quanto egli ha di più prezioso, vale a dire
della sua Santa Madre”.[51]
Alla Vergine Santissima affido questo Anno
Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo
di ogni presbitero un generoso rilancio di
quegli ideali di totale donazione a Cristo ed
alla Chiesa che ispirarono il pensiero e
l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua
fervente vita di preghiera e il suo appassionato
amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney
alimentò la sua quotidiana donazione senza
riserve a Dio e alla Chiesa. Possa il suo
esempio suscitare nei sacerdoti quella
testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro
e con i laici che è, oggi come sempre, tanto
necessaria. Nonostante il male che vi è nel
mondo, risuona sempre attuale la parola di
Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo
avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho
vinto il mondo” (Gv
16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la
forza per guardare con fiducia al futuro. Cari
sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio
del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare
da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi,
messaggeri di speranza, di riconciliazione, di
pace!
Con la mia benedizione.
Dal Vaticano, 16 giugno 2009
BENEDICTUS PP. XVI |